In cuor nostro speremmo ogni volta di essercela lasciata alle spalle, di aver indissolubilmente legato quella sensazione di smarrimento ad un passato ormai remoto, ed invece ogni volta è un colpo troppo duro da metabolizzare. Quando si assiste in diretta ad un incidente devastante come quello di oggi pomeriggio a Spa è difficile trovare le parole ed ancor più complicato è avere la lucidità per ordinare i pensieri.

È la prima cosa che si impara quando ci si avvicina al mondo delle corse: il massaggio “Motorsport can be dangerous” campeggia come un mantra in qualsiasi autodromo anglosassone e anche noi, nel nostro piccolo, scavando nel pozzo dei ricordi possiamo facilmente ritrovare il momento in cui nonno o papà seduti sul divano di fronte al televisore, hanno cercato per la prima volta di spiegarci il significato e la portata di quel concetto. Lo sappiamo, lo sappiamo da sempre, ma quando succede non siamo mai disposti ad accettarlo.

Anthoine Hubert aveva 22 anni e viveva la vita con la serenità di un giovane che era ad un passo dal coronare il sogno di assicurarsi un posto da professionista nel mondo delle corse. Aveva vinto il titolo GP3 nel 2018 guadagnandosi l’accesso al programma di Renault Sport Academy e, dopo il salto in F2, era riuscito a mettersi in luce aggiudicandosi due gare a Monaco e Le Castellet. Anche oggi era combattivo al volante della Dallara del team Arden, facendo quello che amava fare: correre al limite delle leggi della fisica su una delle piste più affascinanti del Mondo, ma proprio in quello che è considerato il punto più impressionante del mondiale la sua luce si è spenta gettando tutti nello sconforto.

Il passaggio tra Eau Rouge e Radillon è forse l’unico punto che ha mantenuto una dose di follia leggermente superiore alla media nel panorama dei circuiti che ospitano eventi sotto l’egida della Fia. Seppur lontanissime dai livelli degli anni ’90 le condizioni in cui si affronta la doppia curva con compressione e scollinamento, danno un senso di precarietà che non si percepisce da nessun’altra parte. Le vie di fuga in asfalto e l’incremento prestazionale delle monoposto hanno progressivamente aumentato la fiducia con cui i piloti tendono ad affrontare la sequenza simbolo del tracciato delle Ardenne anche se, di fatto, a quelle velocità, i margini per recuperare un errore o un’improvvisa perdita di aderenza non esistono: le barriere “arrivano” in una frazione di secondo e spesso tendono a rispedire le monoposto in piena traiettoria creando un ostacolo ai piloti che sopraggiungono con la visuale limitata dalla conformazione collinare.

Oggi il destino ha voluto che, per un cinico disegno, dopo l’impatto con le barriere, la monoposto di Anthoine si fermasse perpendicolare al senso di marcia e che, per una beffarda fatalità, venisse colpita da quella dell’accorrente Juan Manuel Correa proprio all’altezza dell’abitacolo, con una dinamica del tutto simile a quella del terribile incidente di Alex Zanardi e Alex Tagliani al Lausitzring…

Ciao Anthoine… voglio ricordarti così con le braccia a cielo e con la vittoria nel cuore.