SINGAPORE – Pamela Prati è finalmente convolata a nozze con il suo promesso sposo! Dopo mesi di depistaggi misteriose sparizioni, Mark Caltagirone si è magicamente manifestato domenica sera sul circuito cittadino della città stato asiatica, ha preso per mano la donzella, e l’ha portata sull’altare con l’impeto dei giorni migliori. 

No non siamo impazziti, abbiamo semplicemente una buona memoria storica e ci sentiamo in dovere di continuare a raccontare una storia 

All’indomani del GP di Spagna, considerato da sempre la cartina tornasole dei valori delle monoposto, avevamo etichettato la SF90 come una vettura nata bene, ma naufragata subito nelle difficoltà di sviluppo, tanto da definire il suo potenziale “inferiore a quello del matrimonio di Pamela Prati”. L’incedere della stagione aveva contribuito a cristallizzare questa immagine, spegnendo ben presto qualsiasi sogno di gloria e gettando l’ambiente ferrarista nello sconforto più totale. Canada e Austria avevano rappresentato due piacevoli eccezioni ma, per ragioni diverse, non avevano contribuito a levare quell’ignobile zero alla voce “vittorie stagionali”. Poi è arrivato il GP di Ungheria e quella che, fino a quel momento, era stata un‘annata avara di soddisfazioni, ha drammaticamente assunto le tinte dell’umiliazione, con il doppiaggio scongiurato per un soffio e il contentino del podio propiziato solo dall’inadeguatezza del secondo pilota Mercedes, intento, per lo più, a mantenere viva la speranza degli avversari nella lotta per la piazza d’onore. 

Dopo la pausa estiva, i rettilinei di Spa sapevano già di ultima spiaggia, l’ultima sigaretta di un condannato ormai da tempo consapevole del suo destino. Certi di una power-unit da primato e di un’efficienza aerodinamica poco incline a generare il carico necessario nei tracciati più esigenti, gli uomini di Maranello hanno giocato il tutto per tutto con un pacchetto di aggiornamenti volto alla ricerca della massima velocità, a discapito della percorrenza delle curve medio-lente. Bingo! La prestazione monstre di Leclerc, unita al sacrificio di Vettel in veste di scudiero, hanno fatto il resto, consentendo alla Ferrari di cogliere la prima gioia, bissata solo 7 giorni dopo, nel tripudio della folla rossa a Monza. Una doppietta propiziata dalle caratteristiche simili di due tracciati lungo i quali, dopo alcuni anni, è tornata a recitare un ruolo fondamentale la velocità di punta.  

Smaltita la sbornia da euforia, nessuno, me compreso, avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità di allungare la striscia in Asia: troppe curve lente, perché Singapore potesse sposarsi con le caratteristiche della SF90, troppo ampio il gap con la Mercedes e la RedBull perché un pacchetto di aggiornamenti potesse colmarlo in un periodo così breve, troppo poco efficace il lavoro di sviluppo per invertire la rotta… Sabato, quando ho visto il tempo di Hamilton, ho iniziato a schiaffeggiarmi per cercare di capire se fosse un sogno o se realmente Leclerc fosse in pole e Vettel avesse sfiorato la prima fila per un soffio. “Stai calmo, non illuderti – mi sono detto – vedrai che domani finiamo le gomme prima di chiunque e ci infiliamo nel tunnel degli undercut selvaggi”. E invece il domani è stato splendido. La gara non ci ha regalato solo una doppietta insperata, ma ci ha restituito un uomo capace di toccare le corde dell’animo con la sincera emozione di un sognatore. Sebastian Vettel ha dato un calcio ad un periodo nero che durava da troppo tempo ed i suoi occhi sul podio hanno detto più di mille parole. Certo la strategia ha dato una mano importante, ma la fortuna aiuta gli audaci e il suo giro di rientro dopo il pit-stop, resosi necessario per coprire la strategia di Verstappen, è stato qualcosa di unico, come unica è stata la determinazione impiegata nei sorpassi per liberarsi delle monoposto che si è trovato davanti una volta rientrato in pista. Issatosi al comando, Seb è parso il lontano parente del pilota confuso e impacciato visto a Silverstone, Spa e Monza, tornando a vestire i panni del cannibale e respingendo senza fatica le velleità di Leclerc. Nel dualismo di vanziniana concezione il “prepensionato” ha battuto il “predestinato”, riprendendosi quello che la scaltrezza del giovane compagno gli aveva forse sottratto già a Monza.  

La rinascita del quattro volte campione del Mondo è coincisa con la conquista del bilanciamento di una vettura che per la prima volta nel corso della stagione è apparsa efficiente in ogni condizione, esaltandosi sul giro secco, e confermandosi nella gestione gomme sulla durata, aspetto che fino a domenica aveva gravato sulle velleità di successo dei ferraristi. A questo punto della stagione è, però, inutile illudersi di poter riaprire la lotta per un Mondiale che Hamilton e la Mercedes hanno blindato da tempo: Binotto gli uomini della GeS devono porsi l’obiettivo di gettare le basi per costruire una vettura che nel 2020, permetta di lottare costantemente per il successo, cancellando la confusione e le difficoltà che sono costate oltre mesi di sviluppo su un progetto nato per essere vincente ma che si è concretizzato con colpevole ritardo.  

 

(immagini: https://formula1.ferrari.com )