Max aprì la piccola porta in fondo alle scale da cui si accedeva al garage della villa.
Si avvicinò all’armadietto che conteneva le chiavi delle sue auto e prese senza esitazioni quelle col portachiavi nero.
Fece scattare la chiusura delle porte e l’interno del garage si illuminò di arancione per un secondo.
Sollevò lo sportello verso l’alto e prima di lasciarsi scivolare sul sedile, posto ad una decina di centimetri da terra, azionò la saracinesca del garage col telecomando. Chiuse lo sportello e inserì la chiave nel blocchetto di accensione, la fece girare e dopo un primo scatto accese il motore. Un cupo borbottio leggermente irregolare prese a far tremare i vetri della rimessa. La luce del lampione sul piazzale si fece strada nel garage illuminando la carrozzeria tirata a lucido e senza aspettare che la saracinesca fosse completamente aperta, Max spostò la leva del cambio nella griglia cromata inserendo la pima e partì.

Possedeva quella Countach già da qualche anno, ma ogni volta che ci saliva il profumo della pelle bianca dell’abitacolo e il rumore di quei dodici cilindri lo emozionavano.
Era stato anni ad ammirarla sul poster appeso di fronte al suo letto di adolescente. Negli anni ottanta l’ammiraglia della Lamborghini si contendeva il titolo di icona sui poster nelle camere dei ragazzi con la Ferrari Testarossa, che per quanto avesse un design innovativo, sembrava un’anonima berlina di fronte alle linee spigolose ed avveniristiche della rivale conterranea disegnata addirittura una decina di anni prima.

Quando Max voleva rilassarsi usciva spesso di notte a correre per le strade deserte della città con la sua Lamborghini, il dodici cilindri emetteva dei ruggiti rabbiosi scaricando sulle enormi ruote posteriori 455 cavalli. Quell’auto riusciva a regalargli sensazioni uniche, che nessun’auto moderna riusciva a dargli.

Le luci della notte scorrevano sulla carrozzeria dalle linee tese, le stesse linee, che un giorno del 1973, fecero pronunciare quell’esclamazione di stupore al tecnico piemontese che vide il prototipo per la prima volta. Una specie di battesimo laico tra i tavoli da disegno di un’officina a Sant’Agata Bolognese.

Gli interni probabilmente non ricevettero le stesse attenzioni della carrozzeria. Il cruscotto sembrava una scatola che aveva l’unico scopo di contenere i quadranti degli strumenti circolari, era talmente squadrato che i suoi spigoli a 90 gradi cozzavano con i bellissimi sedili a guscio che non avrebbero sfigurato se esposti in una galleria d’arte contemporanea. Ma del resto in quegli anni i componenti fondamentali per una supercar si trovavano dietro i sedili, non davanti al volante.

Max ricevette una telefonata e si fermò in un piazzale, scese dall’auto e si mise a camminarle intorno.
Mentre parlava l’ammirava, era proprio così che l’aveva sempre sognata: nera con gli interni bianchi, e con il meraviglioso alettone a “freccia” posto sulla coda. In verità l’ala aveva una funzione puramente estetica, la storia l’aveva sentita direttamente da Valentino Balboni, storico collaudatore della casa emiliana. L’aerodinamica dell’auto era già perfetta ma un alettone sulla coda la rendeva meno spoglia e più aggressiva, così in fabbrica ne montarono uno che era disegnato in modo da non avere nessuna influenza sui flussi dell’aria.
La Countach fu un’auto rivoluzionaria, oltre la linea estremamente futuristica, aveva anche soluzioni meccaniche all’avanguardia: come il motore e il cambio montati insieme in posizione centrale con il cambio praticamente dentro l’abitacolo. Nel corso dei quindici anni di onorata carriera la Countach fu aggiornata più volte con l’adozione di motori sempre più potenti. L’ultima versione, quella che celebrava i 25 anni della Lamborghini, adottava per la prima volta delle appendici aerodinamiche in fibra di carbonio che erano stati proposte e progettate da Horacio Pagani, allora dipendente dell’azienda emiliana.

Max ritornò nell’auto e ripartì per tornare a casa. La sua Lamborghini nera correva sulla strada come un animale selvaggio che esce la notte per andare a caccia e torna nella tana alle prime luci dell’alba.