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L’insolita connotazione rispetto ai weekend di gara e il grande entusiasmo del pubblico suscitarono l’attenzione dei media così nel 1992 la RAI decise di ampliare la diretta TV con il commento di Mario Poltronieri e i contributi di Ezio Zermiani dai Box. Le squadre ripagarono le aspettative affidando le vetture ai piloti che avevano corso il Campionato e ne scaturì una delle edizioni più spettacolari di sempre con due V12 Ferrari a spingere le Dallara 192 della Scuderia Italia di Lehto e Alboreto e due V12 Lamborghini sulle Minardi M192 di Zanardi e Fittipaldi. Naspetti e Herbert completavano la griglia con la March CG911 Ilmor e Lotus 107 Judd, ma fu solo l’inglese a scendere effettivamente in pista. La pioggia rese ancor più precari i livelli di aderenza del tracciato inducendo diversi piloti all’errore ed alla fine fu proprio il miglior compromesso tra guidabilità e potenza a premiare l’accoppiata inglese facendo registrare la prima affermazione di un team straniero.

Rubens Barrichello e la Jordan 193 furono i protagonisti assoluti della VI^ Edizione, andata in scena il 4 e 5 Dicembre 1993. Il brasiliano riscaldò gli spalti nel freddo inverno bolognese domando con destrezza i cavalli del V10 Hart e issandosi al comando fin dal primo turno, al termine del quale fu eliminata Lola T93/30 Ferrari della Scuderia Italia affidata a Fabrizio Barbazza. I limiti del telaio inglese, che aveva causato la chiusura anticipata dell’esperienza nel Mondiale, furono evidenti anche in occasione della kermesse Indoor e nemmeno Alboreto riuscì a spingersi molto avanti in classifica. Dopo aver battuto l’occasionale compagno Vittorio Zoboli con un secco 2-0 in semifinale, il pupillo di Eddie Jordan riuscì a piegare la resistenza di un coriaceo Pierluigi Martini che, fino a quel momento, aveva coltivato il sogno di riportare al successo il Team Minardi.

Il 1994 fu un anno pesantemente segnato dalle tragedie del weekend di Imola gettando sul paddock una spessa coltre di sfiducia e negatività che finì per condizionare anche l’evento bolognese. La Promotor di Alfredo Cazzola ci riprovò l’anno successivo riuscendo a coinvolgere la neonata Forti Corse e la Minardi Scuderia Italia, sorta dalla fusione delle due compagini che erano state una presenza fissa fin dal debutto. Il turno preliminare sancì in modo perentorio il gap tra le vetture con i tre piloti del team di Faenza, Giancarlo Fisichella, Luca Badoer e Pierluigi Martini ad occupare nell’ordine le prime tre posizioni della classifica, mentre Andrea Montermini ebbe la meglio su Giovanni Lavaggi e Vittorio Zoboli artigliando l’ultimo posto utile per le semifinali. Fisichella vinse il derby successivo con Martini, garantendosi l’accesso all’atto conclusivo insieme a Badoer che sconfisse Montermini. In Finale la battaglia fu accesissima e sul risultato di 1-1 si rese necessario uno spareggio per decretare il vincitore: Badoer riuscì ad interpretare al meglio le difficoltà del tracciato infilando la sua M195 nei pertugi dell’Area 48 e aggiungendo un Trofeo alla bacheca di Faenza.

La consacrazione definitiva avvenne nel 1996 con lo sbarco della Benetton Renault bicampione del Mondo, al termine di una stagione conclusa con un bottino di 10 piazzamenti a podio. Il team diretto da Flavio Briatore allestì due B196 per due giovani che avrebbero avuto un grande futuro nella massima categoria: Jarno Trulli, al debutto assoluto dopo la vittoria nella F.3 tedesca, e Giancarlo Fisichella che aveva già respirato l’aria dei weekend di gara con la Minardi. Ci fu anche l’esordio dell’Equipe Ligier che iscrisse due JS43 spinte dal V10 Mugen-Honda per il fresco vincitore del GP di Monaco, Olivier Panis e per Shinji Nakano, caldeggiato dal motorista nipponico in vista della stagione successiva. Per l’organizzazione francese fu una sorta di canto del cigno: a causa delle pressioni del governo che portarono Alain Prost ad acquisirne il controllo, il marchio Ligier concluse la sua avventura in F.1 proprio al Motor Show lasciando spazio, di lì a poco, alla Prost Grand Prix. Giovanni Lavaggi e il brasiliano Tarso Marques furono i portacolori della Minardi che rimase, di fatto, l’unico Team ad aver preso parte a tutte le edizioni.

Forti della superiorità tecnica Trulli e Fisichella dominarono la fase preliminare aggiudicandosi i vertici della classifica, davanti al sorprendente Lavaggi. Panis uscì subito di scena decollando su un cordolo, mentre, nel corso dell’ultima manche, Nakano fu protagonista di un clamoroso incidente perdendo il controllo della sua monoposto in piena accelerazione e impattando violentemente sulla struttura a traliccio posta in prossimità del traguardo: l’entità dei danni fu tale da costringere il giapponese ai box per il resto dell’evento, venne così ripescato Marques che aveva chiuso alle sue spalle. Il brasiliano non potè fare nulla per arginare la forza dirompente di Fisichella, rendendosi protagonista di un errore e riportando un lampante 0-2 nella prima delle semifinali. Le sorprese più grandi arrivarono invece dalla seconda che vide Trulli costretto ad abbandonare per un incidente, spianando la strada alla Minardi del conte siciliano. L’epilogo fu un assolo di Fisichella che ebbe così l’onore di scrivere il suo nome sull’ultima casella della storia della manifestazione.

Le crescenti difficoltà organizzative avevano progressivamente minato la possibilità di allestire un valido programma, inducendo Cazzola ad alzare bandiera bianca: fu la fine del Trofeo Indoor F.1, dopo 8 anni densi di emozioni e successi. Con essa se ne andò una pagina di romanticismo costruita sull’assurda idea che monoposto da 700Cv potessero districarsi in un ambito lontano da quello dei circuiti: in realtà fu proprio quel pizzico di follia a rendere unica ed irripetibile un’avventura rimasta impressa nel cuore di tutti quelli che, a distanza di anni, dietro al candore dei palazzi della Regione Emilia Romagna, continuano a sentire l’eco di una F.1.