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Passo dopo passo raggiungiamo un luogo in cui si è fatta la storia: la linea originale sulla quale sono nate tutte le V12 prodotte dalla Lamborghini.

Aventador

Il progresso tecnologico ha portato ad adottare anche in questo ambito il sistema just in time, ma a differenza della Huracan, la Aventador vede la luce in 12 stazioni con una rotazione ogni 75 minuti. In questo caso le protezioni della carrozzeria sono maniacali: la frequenza con cui vengono scelte verniciature opache è superiore e il minimo danno ad un pannello comporterebbe la necessità di riverniciare l’intera vettura, non essendo possibile ottenere il medesimo risultato con strati differenti. Realizzare una supercar pone anche delle sfide di natura concettuale: avendo adottato una monoscocca in fibra di carbonio gli ingegneri sono infatti dovuti ricorrere ad uno stratagemma per alloggiare la trasmissione in vettura. Accoppiarla dal basso sarebbe stato impossibile, così si è deciso di calarla dall’alto attraverso il vano motore, facendola scivolare in vettura nello stesso modo in cui il piede si infila in una scarpa.

Ogni esemplare è corredato da un cartello applicato sotto il cofano anteriore con un codice che indica il numero progressivo della vettura ed alcuni dettagli specifici relativi alla posizione della guida o al mercato di destinazione. Mentre ci muoviamo, notiamo alcuni carrelli su cui è adagiato il kit aerodinamico di una SVJ viola ed in particolare l’ala posteriore che, essendo incentrata sul sistema ALA 2.0 (Aerodinamica Lamborghini Attiva), ci colpisce per le su dimensioni ridotte. Il carbonio a vista e la forma ad arco si sposano alla perfezione con il corpo vettura e donano alla Aventador aggressività senza appesantire le linee, in un eccellente esercizio di stile.

Il 90% dei tour si chiude con l’ultima stazione della linea originale, ma la nostra stella ha deciso di concederci la possibilità di toccare con mano anche la Linea Urus. Per raggiungerla dobbiamo percorrere qualche centinaio di metri che separa la parte storica dal nuovissimo stabilimento realizzato ad hoc per l’assemblaggio del veicolo con cui la l’azienda modenese ha deciso di invadere il segmento SUV. E’ una giornata calda e il sole a picco sopra le nostre teste non si sposa alla perfezione con la necessità di camminare, ma bastano pochi passi per trasformare la fatica in emozione. Le vie che separano le diverse aree della città Lamborghini, pullulano di Huracàn e Aventador intente a percorrere i primi chilometri su strada prima di essere consegnate ai legittimi proprietari e quel che ne deriva è una splendida sinfonia. Ci dicono che i tester ufficiali sono 6, ma, considerando il sorriso beffardo della nostra guida e il numero di vetture in movimento, non è difficile intuire che il numero dei fortunati è decisamente superiore.

 

#SinceWeMadeItPossible

Manifattura Italiana è un concetto che fonde il progresso tecnologico alla centralità dell’uomo. Con Urus, Lamborghini ha alzato l’asticella fornendo ai dipendenti un ambiente totalmente digitalizzato nel quale anche il serraggio di una semplice vite concorre alla creazione del registro di ogni singola vettura. Tutti gli addetti hanno in dotazione un braccialetto elettronico con cui possono reperire informazioni sul veicolo e certificare il completamento delle operazioni che vengono inviate via wi-fi al MES (Manufacturing Execution System), un sistema di gestione della produzione integrato in grado di monitorare anche l’efficienza degli impianti e di programmarne la manutenzione ordinaria e straordinaria. Ciò nonostante la formazione e le capacità individuali ricoprono tuttora un ruolo centrale nel processo di assemblaggio: al fine di mantenere un elevato standard di sicurezza le uniche fasi demandate ad un robot sono quelle dell’applicazione del collante ai cristalli e del fissaggio bulloni.

Essendo un veicolo destinato a diversi utilizzi, Urus è dotato di un set di ammortizzatori ad aria che viene minuziosamente tarato e verificato prima della messa su strada: la fase immediatamente successiva al processo di assemblaggio prevede infatti una rigorosa serie di test sulle diverse configurazioni di assetto, impianto sterzante e sistemi ADAS, nel corso dei quali vengono raggiunte condizioni limite con altezze da terra superiori rispetto a quelle che i clienti avranno la possibilità ottenere di in ordine di marcia. Nato come l’oggetto di una sfida intrigante, Urus è già diventato una solida certezza tanto da costringere i vertici dell’azienda a rimandare l’attivazione del programma Ad Personam per far fronte al grande numero di richieste pervenute nei primi mesi dal lancio.

 

La nostra visita volge ormai al termine e ci troviamo a muovere gli ultimi passi di questo affascinate viaggio, percorrendo a ritroso quel breve tratto di strada che separa idealmente il fascino del progresso tecnologico dal carisma della storia, proprio nel momento in cui decine di dipendenti concludono la giornata lavorativa e varcano i cancelli per tornare a casa. La maggior parte indossa ancora la polo d’ordinanza con il logo “Lamborghini Produzione” stampigliato sulle spalle: nessuno corre, alcuni chiacchierano amichevolmente, altri non perdono l’occasione per lanciare un’ultima occhiata alle vetture che rientrano dai test. Forse il segreto di tanto successo sta proprio nella capacità di aver racchiuso nell’essenza di un marchio le capacità industriali di un grande costruttore e la passione di chi oggi come nel 1963 affronta le sfide al grido di “We are not supercars, We are Lamborghini”.

Leggi la prima parte del racconto

 

(immagini: https://media.lamborghini.com)